Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e gli annunci, fornire le funzioni dei social media e analizzare il nostro traffico. Inoltre forniamo informazioni sul modo in cui utilizzi il nostro sito alle agenzie pubblicitarie, agli istituti che eseguono analisi dei dati web e ai social media nostri partner. Acconsenti ai nostri cookie, se continui ad utilizzare questo sito web.

Forconi, agenti si tolgono caschi a Torino, Genova e Milano. Il gesto diventa un caso

 

Forconi, agenti si tolgono caschi a Torino, Genova e Milano. Il gesto diventa un caso

All'indomani dell'atto inusuale da parte delle forze dell'ordine, che hanno avuto incitamento e applausi dai manifestanti, le questure e i sindacati di polizia si dividono sull'interpretazione di quanto accaduto: secondo i comunicati ufficiali non è stato per solidarizzare con la protesta ma per il venir meno di condizioni di pericolo. Il Siulp: "E' stato un segno della totale condivisione delle ragioni". Grillo: "Sono i gesti di cui abbiamo bisogno"

E’ successo a Torino e le immagini hanno fatto il giro dei media e del web. Ma è accaduto anche a Genova e Rho (alle porte di Milano). Durante le manifestazioni “anticrisi” dei Forconi, ieri, gli agenti in divisa anti-sommossa si sono tolti i caschi ricevendo gli applausi dei manifestanti e ottenendo cori a loro favore. Torino e Genova, due piazze abituate alla mobilitazione, dal movimento No Tav al recente sciopero dei trasporti. Così un episodio tanto inusuale durante un corteo diventa un caso. E crea un precedente. Infatti all’indomani di quel gesto, nelle manifestazioni che continuano in tutta Italia, dai cortei la richiesta agli agenti di “replicare” è unanime. “Un gesto che mi ha fatto bene al cuore”, sentenzia il leader dei Forconi Mariano Ferro. Le agenzie di stampa, ieri, hanno accreditato per tutto il giorno la versione delle forze dell’ordine che solidarizzano con i manifestanti.

In serata è arrivata la smentita della questura di Torino, secondo cui i poliziotti che durante le manifestazioni si sono tolti il casco, non lo hanno fatto in segno di solidarietà ma per il ”venir meno dello stato di tensione e delle esigenze di ordine pubblico”. Singolare che le stesse – inedite – condizioni si siano verificate anche in altre piazze. Con una nota la questura precisa che “verso le 10.30, al termine di un intervento disimpegnato da un contingente della Polizia di Stato in questo corso Bolzano, per contenere una improvvisa azione dei manifestanti in prossimità della sede dell’agenzia delle Entrate, i poliziotti in servizio, su disposizione del funzionario responsabile, si sono tolti il casco, essendo venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo”.

Azione preordinata, richiesta dei manifestanti, o gesto improvviso per il venir meno delle condizioni? Comunque siano andate le cose, l’effetto è stato evidente: un lungo applauso da parte dei cittadini presenti, come testimoniano le immagini del fattoquotidiano.it. “Siete come noi”, ha urlato qualcuno di loro ai poliziotti.

Stessa presa di posizione da parte della questura di Genova: “Un comportamento ordinario collegato al venir meno di problematiche di ordine pubblico”. Eppure la versione secondo cui i poliziotti condividono le ragioni della protesta trova sponde politiche. Beppe Grillo ne scrive per due volte sul suo blog: “Sono i gesti di cui abbiamo bisogno. Le forze dell’ordine provengono dal popolo di cui fanno parte”. I giornali di oggi danno grande spazio a quanto accaduto: Il Giornale, in prima pagina titola: “I poliziotti abbracciano l’Italia dei forconi”. Il Secolo XIX sceglie un’apertura simile: “Via i caschi tra gli applausi. Il gesto di agenti e carabinieri che imbarazza il Viminale”. La Stampa: “I poliziotti si tolgono i caschi come gesto distensivo”. Un gesto che resta comunque l’immagine della giornata.

Le forze dell’ordine circondate da fotografi e cameraman si sono fatte riprendere dai media mentre tolgono i caschi. Ci sono strette di mano e qualche pacca sulla spalla. Tutti in posa, per enfatizzare l’atmosfera raccontata da Piepaolo Pasolini sugli scontri a Valle Giulia (“Io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri”). Su Youtube appare anche un altro video sulla protesta, poi “misconosciuta” dai Forconi “per infiltrazioni di esponenti di estrema destra e ultras del Milan”, a Rho, provincia di Milano.

Anche qui gli agenti si slacciano i caschi. Quasi fosse un gesto cercato, concordato, come conferma l’entusiasmo con cui è stato accolto dal sindacato di polizia Siulp. “Togliersi il casco in segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna di tutti i cittadini che hanno voluto gridare basta allo sfruttamento e al soffocamento dei lavoratori e delle famiglie italiane, è un atto che per quanto simbolico dimostra però che la misura è colma – spiega il segretario generale Felice Romano – e che i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai sono lontani dai problemi reali dei cittadini e troppo indaffarati ai giochi di potere per la propria sopravvivenza e conservazione della casta”. Stesso tenore da Valter Mazzetti, Ugl Polizia di Stato, che interpellato da Il Giornale dice: “Condividiamo e plaudiamo al gesto di quei poliziotti che si sono tolti i caschi in segno di solidarietà con i manifestanti”.

Ma anche i rappresentanti delle forze dell’ordine sono divisi. Pietro Di Lorenzo, segretario generale provinciale del Siap, invita a non strumentalizzare il gesto: “La concomitanza della richiesta di togliere il casco da parte dei manifestanti pacifici con la non sussistenza o il venire meno del rischio per gli operatori, non autorizza nessuno, a qualsiasi parte politica o movimento appartenga, a sostenere la partecipazione attiva ed eclatante delle Forze di Polizia alla manifestazione odierna” . Stessa lettura da parte della Silp (Cgil): “Non fa bene a nessuno strumentalizzare i singoli episodi. Uno dei compiti più difficili nell’ambito delle manifestazioni è quello di garantire questo diritto a coloro che scendono in piazza in maniera pacifica isolando i violenti e i facinorosi che anche nella giornata di ieri hanno purtroppo agito aggredendo le forze dell’ordine”. Sulla stessa linea d’onda l’associazione Funzionari di polizia.  “Strumentalizzare il gesto deipoliziotti che, in una fase di calma ed in segno di distensione, tolgono il casco, rischia di innescare derive pericolosissime nella gestione delle manifestazioni di piazza”ha detto Lorena La Spina, secondo cui “nessuno è autorizzato ad interpretare un gesto di distensione, che è del resto frequente – ha aggiunto – come forma di condivisione delle ragioni di una protesta, svoltasi anche con modalità incompatibili col nostro ordinamento giuridico”.

ilfattoquotidiano.it

Primarie Pd, Renzi: “Ai teorici dell’inciucio è andata male”. Letta: “Lavoriamo insieme”

 

Primarie Pd, Renzi: “Ai teorici dell’inciucio è andata male”. Letta: “Lavoriamo insieme”

Il primo discorso del nuovo segretario attacca la classe dirigente del passato: "La peggiore degli ultimi trent'anni. Ora tocca una nuova generazione. Non è la fine della sinistra, la fine di un gruppo dirigente". Il Presidente del Consiglio si dice pronto a collaborare. L'avversario Gianni Cuperlo: "Ho chiamato Matteo, lavorerò con lui con lealtà"

 

Tocca a una nuova generazione, ora tocca a noi”. E’ un trionfo quello del sindaco di Firenze, eletto segretario del Partito democratico con il 68% dei voti. Il primo discorso del “rottamatore” che tanto ha fatto preoccupare la classe dirigente del Pd, punta tutto sul cambiamento, senza mai nominare Silvio Berlusconi o Enrico Letta :Il bipolarismo è salvo alla faccia dei teorici dell’inciucio”, ha detto Renzi e poi ha dettato i primi punti del suo programma: nuova legge elettorale, garanzia del merito e cambio radicale del sistema di potere dentro il partito. Un messaggio di impegno attivo quello del neosegretario, anticipato poco prima dalle parole del Presidente del Consiglio: “Lavoreremo insieme in modo fruttuoso”.

Nel suo primo discorso Renzi si rivolge ai due milioni e mezzo di elettori che hanno partecipato alle primarie: “Tocca a noi, quelli cresciuti con la caduta del muro di Berlino, la morte di Falcone e Borsellino, la strage in Rwanda, la vergogna di Srebrenica. Quelli che sono cresciuti in un mondo dove fare politica era una brutta cosa. Questa è la fine di un gruppo dirigente della sinistra, non la fine della sinistra. E io vi prometto che non sostituiremo un sistema di potere con un altro. La prima cosa da rottamare è la corrente dei renziani“. La condanna di Renzi è per la classe dirigente dell’Italia: “E’ la peggiore che abbiamo mai avuto. E a dirlo sono stati due milioni e mezzo di persone. L’Italia smetta di essere il luogo del nostro piagnisteo. Ora tocca a noi. Non abbiamo più alibi. Ora bisogna saper vincere, sapere che niente è dato per scontato: questo è un punto di partenza“. E chiede ai suoi di ripartire da una frase di Nelson Mandela: “Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo”.

Matteo Renzi spiega i primi punti del suo programma e se la prende con il governo delle larghe intese: “Ai teorici dell’inciucio diciamo che vi è andata male. Il bipolarismo è salvo. Presenteremo una nostra proposta di legge elettorale: per dimostrare che si può fare senza il Senato, senza le Province e si può soprattutto dimezzare i costi della politica”. Continua parlando delle emergenze del Paese: “Oggi faceva freddo a Prato, dove sono morti sette cinesi in fabbrica. A Olbia, dove mancano i fondi dopo l’emergenza maltempo, a Taranto distrutta dall’Ilva, nella Terra dei Fuochi e a Lampedusa. Noi vogliamo essere riformisti e non noiosi: vogliamo mettere insieme il buon senso con le passioni e le utopie. Riuscire ad appassionare con queste cose, significa che non siamo di fronte alla fine della sinistra, ma alla fine di un gruppo dirigente della sinistra. Stiamo cambiando i giocatori che hanno dato il meglio di loro stessi, ma adesso hanno bisogno della sostituzione”. Merito è la parola che il neosegretario chiede che venga riutilizzata da questo momento: “E’ di sinistra il merito, abbassare le tasse, dare garanzie a chi non le ha mai avute”.

Davanti ai suoi elettori, nel quartier generale di Firenze, chiude con un grazie. “Siete un manipolo di pazzi”, dice Matteo Renzi, “Grazie a tutti voi. Grazie a Civati: caro Pippo non avremmo mai detto che in soli tre anni la Leopolda sarebbe stata la maggioranza del partito. Poi grazie a Pittella e a Cuperlo. E infine alla mia famiglia. Ma soprattutto grazie ai cittadini: sono andati a votare per dire cosa vogliono fare e non per insultare”. Il primo attacco è per Beppe Grillo: “Gli italiani che hanno votato per le primarie non fanno le liste di prescrizione dei giornalisti. Hanno avuto coraggio e di affidarsi a questa classe politica che finora ha sempre fallito”. Innanzitutto Renzi chiede di godersi la vittoria: “Oggi che abbiamo vinto pensiamo a tutte le volte che abbiamo perso e siamo caduti. Oggi pensiamo a tutti quelli che stanno soffrendo. Il nostro obiettivo deve essere quello di dimostrare che sappiamo vincere”.

Quando mancano ancora poche schede da scrutinare, il primo a salutare il vincitore delle primarie del Partito democratico è il presidente del Consiglio Enrico Letta.”Con il nuovo segretario Matteo Renzi lavoreremo insieme con uno spirito di squadra che sarà fruttuoso, utile al paese ed al centrosinistra”. Il primo degli sconfitti a parlare invece, è Gianni Cuperlo: “Io penso che oggi sia stata scritta una pagina della politica italiana e tutti insieme abbiamo vissuto un momento importante per il Pd. Non era facile e non era scontato. Il primo pensiero va al popolo e il secondo va a Matteo Renzi, nuovo segretario del Pd. L’ho sentito al telefono e gli ho fatto gli auguri. Sono sicuro che saprà affrontare un impegno difficile“. E poi aggiunge: “L’unità del Pd è un valore profondo, ma si basa sulla chiarezza reciproca, sulla trasparenza delle scelte e sulla forza del pensiero. Noi abbiamo fatto un pezzo del viaggio, il treno dove siamo saliti è il nostro treno e non scenderà nessuno. In uno spirito unitario non rinunceremmo alle nostre idee in un partito più forte, tutto questo lo faremo con un nuovo segretario che sarà il segretario di tutti”. L’ultimo pensiero prima di dismettere i panni di candidato va alla difficile situazione del Paese e al ruolo che il partito, secondo Cuperlo, dovrà svolgere: “Mai come adesso siamo l’argine per il crollo del nostro sistema democratico e per la tenuta del Paese. Queste primarie sono la possibilità di uscire dalla peggiore crisi con il consenso popolare”.

Primarie Pd, Renzi: “Ai teorici dell’inciucio è andata male”. Letta: “Lavoriamo insieme”

Il primo discorso del nuovo segretario attacca la classe dirigente del passato: "La peggiore degli ultimi trent'anni. Ora tocca una nuova generazione. Non è la fine della sinistra, la fine di un gruppo dirigente". Il Presidente del Consiglio si dice pronto a collaborare. L'avversario Gianni Cuperlo: "Ho chiamato Matteo, lavorerò con lui con lealtà"

Primarie Pd, Renzi: “Ai teorici dell’inciucio è andata male”. Letta: “Lavoriamo insieme”
 
 

 

Tocca a una nuova generazione, ora tocca a noi”. E’ un trionfo quello del sindaco di Firenze, eletto segretario del Partito democratico con il 68% dei voti. Il primo discorso del “rottamatore” che tanto ha fatto preoccupare la classe dirigente del Pd, punta tutto sul cambiamento, senza mai nominare Silvio Berlusconi o Enrico Letta :Il bipolarismo è salvo alla faccia dei teorici dell’inciucio”, ha detto Renzi e poi ha dettato i primi punti del suo programma: nuova legge elettorale, garanzia del merito e cambio radicale del sistema di potere dentro il partito. Un messaggio di impegno attivo quello del neosegretario, anticipato poco prima dalle parole del Presidente del Consiglio: “Lavoreremo insieme in modo fruttuoso”.

 

Nel suo primo discorso Renzi si rivolge ai due milioni e mezzo di elettori che hanno partecipato alle primarie: “Tocca a noi, quelli cresciuti con la caduta del muro di Berlino, la morte di Falcone e Borsellino, la strage in Rwanda, la vergogna di Srebrenica. Quelli che sono cresciuti in un mondo dove fare politica era una brutta cosa. Questa è la fine di un gruppo dirigente della sinistra, non la fine della sinistra. E io vi prometto che non sostituiremo un sistema di potere con un altro. La prima cosa da rottamare è la corrente dei renziani“. La condanna di Renzi è per la classe dirigente dell’Italia: “E’ la peggiore che abbiamo mai avuto. E a dirlo sono stati due milioni e mezzo di persone. L’Italia smetta di essere il luogo del nostro piagnisteo. Ora tocca a noi. Non abbiamo più alibi. Ora bisogna saper vincere, sapere che niente è dato per scontato: questo è un punto di partenza“. E chiede ai suoi di ripartire da una frase di Nelson Mandela: “Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo”.

Matteo Renzi spiega i primi punti del suo programma e se la prende con il governo delle larghe intese: “Ai teorici dell’inciucio diciamo che vi è andata male. Il bipolarismo è salvo. Presenteremo una nostra proposta di legge elettorale: per dimostrare che si può fare senza il Senato, senza le Province e si può soprattutto dimezzare i costi della politica”. Continua parlando delle emergenze del Paese: “Oggi faceva freddo a Prato, dove sono morti sette cinesi in fabbrica. A Olbia, dove mancano i fondi dopo l’emergenza maltempo, a Taranto distrutta dall’Ilva, nella Terra dei Fuochi e a Lampedusa. Noi vogliamo essere riformisti e non noiosi: vogliamo mettere insieme il buon senso con le passioni e le utopie. Riuscire ad appassionare con queste cose, significa che non siamo di fronte alla fine della sinistra, ma alla fine di un gruppo dirigente della sinistra. Stiamo cambiando i giocatori che hanno dato il meglio di loro stessi, ma adesso hanno bisogno della sostituzione”. Merito è la parola che il neosegretario chiede che venga riutilizzata da questo momento: “E’ di sinistra il merito, abbassare le tasse, dare garanzie a chi non le ha mai avute”.

Davanti ai suoi elettori, nel quartier generale di Firenze, chiude con un grazie. “Siete un manipolo di pazzi”, dice Matteo Renzi, “Grazie a tutti voi. Grazie a Civati: caro Pippo non avremmo mai detto che in soli tre anni la Leopolda sarebbe stata la maggioranza del partito. Poi grazie a Pittella e a Cuperlo. E infine alla mia famiglia. Ma soprattutto grazie ai cittadini: sono andati a votare per dire cosa vogliono fare e non per insultare”. Il primo attacco è per Beppe Grillo: “Gli italiani che hanno votato per le primarie non fanno le liste di prescrizione dei giornalisti. Hanno avuto coraggio e di affidarsi a questa classe politica che finora ha sempre fallito”. Innanzitutto Renzi chiede di godersi la vittoria: “Oggi che abbiamo vinto pensiamo a tutte le volte che abbiamo perso e siamo caduti. Oggi pensiamo a tutti quelli che stanno soffrendo. Il nostro obiettivo deve essere quello di dimostrare che sappiamo vincere”.

 

Quando mancano ancora poche schede da scrutinare, il primo a salutare il vincitore delle primarie del Partito democratico è il presidente del Consiglio Enrico Letta.”Con il nuovo segretario Matteo Renzi lavoreremo insieme con uno spirito di squadra che sarà fruttuoso, utile al paese ed al centrosinistra”. Il primo degli sconfitti a parlare invece, è Gianni Cuperlo: “Io penso che oggi sia stata scritta una pagina della politica italiana e tutti insieme abbiamo vissuto un momento importante per il Pd. Non era facile e non era scontato. Il primo pensiero va al popolo e il secondo va a Matteo Renzi, nuovo segretario del Pd. L’ho sentito al telefono e gli ho fatto gli auguri. Sono sicuro che saprà affrontare un impegno difficile“. E poi aggiunge: “L’unità del Pd è un valore profondo, ma si basa sulla chiarezza reciproca, sulla trasparenza delle scelte e sulla forza del pensiero. Noi abbiamo fatto un pezzo del viaggio, il treno dove siamo saliti è il nostro treno e non scenderà nessuno. In uno spirito unitario non rinunceremmo alle nostre idee in un partito più forte, tutto questo lo faremo con un nuovo segretario che sarà il segretario di tutti”. L’ultimo pensiero prima di dismettere i panni di candidato va alla difficile situazione del Paese e al ruolo che il partito, secondo Cuperlo, dovrà svolgere: “Mai come adesso siamo l’argine per il crollo del nostro sistema democratico e per la tenuta del Paese. Queste primarie sono la possibilità di uscire dalla peggiore crisi con il consenso popolare”.

 

Anche Guglielmo Epifani si è complimentato con il primo cittadino di Firenze: “Si profila una vittoria molto forte di Matteo Renzi, molto forte soprattutto in regioni importanti, è un segno inequivoco che avrà un mandato democratico molto forte e una responsabilità molto forte”. Il terzo classificato è Pippo Civati che nel suo discorso ribadisce il suo programma: “Avremmo potuto fare molto di più – ha aggiunto – negli ultimi giorni confidavamo in un risultato migliore. Siamo arrivati tutti molto stanchi a oggi. Rimane la questione della durata delle larghe intese e sarà compito della nuova dirigenza affrontarlo. Una bella campagna, in cui avremmo potuto fare di più per la sinistra, che però c’è e fa del Pd ancora un partito di sinistra. Ora continueremo così. Lo abbiamo fatto perché ci crediamo e ci siamo divertiti come bambini”, dice Civati. ”Con questo gruppo dirigente possiamo vincere le elezioni e possiamo soprattutto farle, le elezioni”.

ilfattoquotidiano.it

 

Nelson Mandela è morto

 

Nelson Mandela è morto 

giovedì sera: lo ha annunciato in un messaggio televisivo Jacob Zuma, presidente del Sudafrica: Mandela era stato il primo presidente sudafricano a essere eletto dopo la fine dell’apartheid e aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1993. Zuma ha detto che Mandela è morto alle 20.50 ora locale nella sua casa di Johannesburg, in Sudafrica. Mandela aveva 95 anni ed era in condizioni molto gravi da tempo.

Nel suo messaggio su Mandela Zuma ha detto: «Il nostro paese ha perso il suo più grande figlio. La sua umiltà, la sua compassione e la sua umanità gli hanno fatto guadagnare il nostro rispetto». Zuma ha detto anche che il governo concederà i funerali di stato a Mandela: ha dichiarato il lutto nazionale e le bandiere saranno messe a mezz’asta.

Nelson Mandela (1918-2013)

 

Nelson Mandela è morto a Johannesburg giovedì 5 dicembre: lo ha annunciato il presidente sudafricano Jacob Zuma. Mandela aveva 95 anni ed era in condizioni molto gravi da tempo: era stato ricoverato poco prima della mezzanotte del 28 marzo a causa di una ricaduta di un problema polmonare. A dicembre del 2012, Mandela aveva passato 18 giorni in ospedale a causa di un’infezione polmonare e di calcoli biliari, l’ultimo dei suoi numerosi problemi di salute che avevano causato quattro ricoveri in poco più di due anni. Nel 2001 gli era stato diagnosticato un cancro alla prostata.

Nelson Mandela era nato il 18 luglio 1918 nel villaggio di Mvezo, nel Sudafrica sudorientale. Dopo aver studiato giurisprudenza, si impegnò nella lotta politica contro la discriminazione della popolazione nera sudafricana, opponendosi al regime di apartheid instaurato nel 1948 dal governo razzista del National Party. Incarcerato all’inizio degli anni Sessanta, passò 27 anni in prigione e venne liberato solo nel 1990, lavorando poi al processo di transizione democratica che lo portò a vincere le elezioni con l’ANC nel 1994. Dopo un mandato da presidente, terminato nel 1999, Mandela si dedicò soprattutto all’impegno umanitario attraverso la fondazione che porta il suo nome.

 

Oltre che per la sua storia personale, Mandela era famoso per il suo carisma e il suo senso dell’umorismo. La sua famiglia era di lingua xhosa – la seconda lingua africana più parlata in Sudafrica dopo lo zulu – e faceva parte di un ramo cadetto della famiglia reale dei Thembu. Suo padre era un capo locale con quattro mogli e numerosi figli: Mandela era il figlio della terza moglie e il nome inglese “Nelson” gli venne dato quando iniziò a frequentare una scuola metodista (in Sudafrica è chiamato spesso Madiba, il suo nome in lingua xhosa).
Iniziò presto la sua carriera politica: nel 1944 fondò insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo l’organizzazione giovanile dell’African National Congress, un movimento politico che esisteva da oltre trent’anni per difendere i diritti della popolazione nera sudafricana.

Il movimento era stato il principale catalizzatore delle proteste, anche violente, contro la discriminazione nei confronti della popolazione nera del Sudafrica, soprattutto a causa della politica di apartheid (segregazione razziale) promossa dal governo del National Party. Una volta andato al potere nel 1948, il National Party stabilì per legge l’apartheid e, nel contempo, la promozione della cultura afrikaner, ossia la popolazione in Sudafrica di pelle bianca e di origine europea che parla l’afrikaans.

Nel 1955, l’ANC approvò la sua Freedom Charter, la carta delle libertà, che molti decenni dopo sarebbe poi stata la base del proprio programma di governo. Da tre anni Mandela aveva aperto uno studio legale a Johannesburg insieme a Oliver Tambo, continuando l’impegno nell’ANC e parallelamente lavorando contro il sistema dell’apartheid. Nel 1956, insieme ad altri 155 attivisti, venne accusato di alto tradimento, ma dopo un processo durato quattro anni le accuse vennero ritirate. In quegli anni sposò Winnie Madikizela, la donna che si vede al suo fianco nella celebre foto che lo ritrae subito dopo la sua scarcerazione molto tempo più tardi.

Dopo numerose manifestazioni di protesta e duri scontri in piazza, tra cui il massacro di Sharpeville in cui 69 neri vennero uccisi dalla polizia, nel 1960 il National Party mise fuori legge l’ANC: Mandela, che era vicepresidente nazionale del movimento, entrò in clandestinità e abbandonò la lotta non violenta, appoggiando una campagna di attentati e sabotaggi. Nel 1961, infatti, fu tra i fondatori del braccio armato dell’ANC, la Umkhonto we Sizwe (“lancia della nazione”, abbreviato in MK): in quegli anni i suoi modelli erano le lotte armate di Castro e di Mao. I giornali, visto il suo ruolo di spicco nell’organizzazione e la sua latitanza, lo chiamavano “la primula nera”.

Arrestato dalla polizia sudafricana nell’agosto 1962, accusato di sabotaggio e di aver progettato una rivolta contro il governo, nel 1964 Mandela venne condannato insieme ad altre sette persone all’ergastolo e rinchiuso in una prigione a Robben Island, al largo di Città del Capo, dove rimase per diciotto anni. Il processo, durante il quale Mandela tenne alcuni celebri discorsi davanti alla corte, era stato seguito dai media di tutto il mondo. I primi anni della sua prigionia a Robben Island furono molto duri (lavorò in una cava e la mancanza di protezione agli occhi gli procurò danni permanenti alla vista) ma durante gli anni si sviluppò un’ampia campagna internazionale – in cui ebbe una parte importante sua moglie Winnie, che continuava l’attivismo politico – per fare pressione sul governo sudafricano e ottenere il suo rilascio. Il celebre slogan Free Mandela cominciò a diffondersi a partire dal 1980.

Ma ci vollero molti anni prima che le cose in Sudafrica cambiassero realmente, visto anche il continuo supporto al regime razzista del National Party da parte di Regno Unito e Stati Uniti. All’inizio degli anni Novanta, considerando ormai insostenibile la segregazione razziale, l’allora presidente sudafricano F. W. de Klerk decretò la fine dell’apartheid, il ritorno alla legalità dell’ANC e la liberazione di Mandela dopo 27 anni di detenzione, che avvenne l’11 febbraio 1990 e fu trasmesso in diretta dalle televisioni di mezzo mondo. Cominciò la transizione verso elezioni senza discriminazioni razziali: fino ad allora, la popolazione nera era segregata e privata della cittadinanza sudafricana (i neri erano formalmente cittadini di dieci bantustan teoricamente indipendenti). Le elezioni furono vinte da Mandela e dall’African National Congress il 27 aprile 1994. Mandela diventò così il primo presidente del Sudafrica eletto in consultazioni aperte a tutta la popolazione del paese.

Rimase presidente dal 1994 al 1999: durante il suo mandato lavorò alla delicata transizione del paese fuori dall’apartheid, un processo in cui ebbe un ruolo centrale la Commissione per la Verità e la Riconciliazione presieduta dall’arcivescovo anglicano Desmond Tutu.

Poco prima di essere eletto, nel 1993, Mandela aveva ricevuto il premio Nobel per la pace insieme all’ultimo presidente bianco del Sudafrica, de Klerk, “per il loro lavoro per la fine pacifica del regime dell’apartheid e per aver posto le basi per un nuovo Sudafrica democratico”. Alla fine del suo mandato presidenziale, Mandela rinunciò a ricandidarsi (gli successe il suo vice Thabo Mbeki) preferendo concentrarsi sull’impegno umanitario e in particolare sulla lotta contro l’AIDS – uno dei problemi più drammatici del nuovo Sudafrica – attraverso la Nelson Mandela Foundation. Ebbe anche diversi ruoli di mediazione in alcune gravi crisi africane, come quelle nella Repubblica Democratica del Congo e in Burundi. Nel 2004 annunciò il suo ritiro dalla vita pubblica.

Da diversi anni Mandela aveva problemi di salute. Negli anni Ottanta, mentre era in carcere, contrasse la tubercolosi, e nel 2001 gli venne diagnosticato un cancro alla prostata. Ma anche se le sue apparizioni pubbliche erano limitate al minimo, l’ex presidente continuava ad essere una presenza importantissima nell’immaginario collettivo, una sorta di simbolo dell’unità nazionale del nuovo Sudafrica. Il suo partito, l’African National Congress, è stata di gran lunga la prima forza politica in tutte le elezioni dopo il 1994, con percentuali sempre superiori al 60 per cento dei voti.

ilpost.it

 

Il Porcellum è incostituzionale, ecco il verdetto della Consulta sulla legge elettorale

 

Il Porcellum è incostituzionale, ecco il verdetto della Consulta sulla legge elettorale

La Corte Costituzionale boccia il Porcellum, in tutti e due i punti posti sotto il suo esame

La Corte Costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità del Porcellum, la legge elettorale ideata dal leghista Roberto Calderoli e definita da lui stesso una 'porcata'.

La Consulta ha sancito l'incostituzionalità di tutti e due i punti posti sotto esame, ovvero sia del premio di maggioranza, che della mancanza delle preferenze nella scheda elettorale.

Finalmente la tanto attesa sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum è arrivata, il verdetto è stato quello dell'accoglimento del ricorso presentato da alcuni cittadini. La decisione consiste nella cancellazione del premio di maggioranza definito 'abnorme' e nell'inserire una preferenza simbolica laddove la legge non lo prevedeva. 

 

Il Porcellum è incostituzionale, il Parlamento può iniziare a lavorare alla nuova legge elettorale 

Per comprendere meglio la decisione della Consulta sull'incostituzionalità del Porcellum bisognerà attendere le motivazioni della sentenza che verranno depositate nelle prossime settimane a seguito della pubblicazione della decisione, da cui dipende la decorrenza degli effetti giuridici di quanto sancito dai giudici costituzionali. Tuttavia nel frattempo il Parlamento può già lavorare alla nuova legge elettorale.

In una nota della Corte costituzionale si legge 'la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l'assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali 'bloccate', nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza.' 

'Resta fermo - precisa comunque la Consulta - che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali'.

La sentenza di incostituzionalità del Porcellum, avrà efficacia giuridica, solo dopo la pubblicazione, tuttavia il suo effetto nell'immediato sarà quello di allontanare le elezioni almeno per ora, costringendo i nostri governanti a riscrivere una nuova legge elettorale.

news.supermoney.eu

Informazioni aggiuntive